tradimenti
Un inaspettato aiuto - parte 2
23.05.2026 |
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"«tranquilla, siamo qui io e te, soli, abbiamo tutto il tempo…»
Iniziai a baciarle lentamente un piede, assaporando la pelle morbida della pianta, succhiandole le dita una ad una con calma..."
Nei giorni successivi al nostro incontro Alessandra sparì. Nessun messaggio, nessun incrocio sul pianerottolo nonostante fossimo vicini di casa. Cercai di non starle addosso, il marito era rientrato e non volevo farle pressione.La vidi una sola volta, tre giorni dopo. Stava uscendo di casa con gli occhiali da sole. Quando mi vide abbassò lo sguardo e accelerò il passo verso l’ascensore.
«Alessandra…» provai a dire.
«Non ora, Marco. Ti prego.» La sua voce era tesa, quasi rotta.
Quella notte mi mandò un messaggio lungo, scritto e cancellato più volte: Non riesco a smettere di pensarci. Mi sento una merda. Ho tradito mio marito. Non possiamo più farlo. Dimentichiamo tutto.
Risposi solo: «Capisco. Se hai bisogno di parlare, sono qui.»
Alessandra (23:47):
Non riesco a dormire. Ogni volta che chiudo gli occhi ti vedo sopra di me. Mi sento uno schifo.
Io (23:49):
Anch’io non faccio che pensare a te.
Alessandra (23:52):
Smettila. Questo è sbagliato. Dobbiamo finirla.
Io (23: 53):
Però non mi hai bloccato.
Alessandra (21:05):
No. E mi odio per questo.
Passarono due giorni di silenzio. Poi, nel cuore della notte:
Alessandra (02:14):
Mio marito dorme. Non riesco a smettere di toccarmi pensando a quando mi hai presa. Sono una persona orribile.
Io (02:16):
Dimmi cosa vorresti che ti facessi adesso.
Alessandra (02:19):
Vorrei che entrassi in casa e mi scopassi mentre lui dorme nella stanza accanto.
Alessandra (02:20):
Oddio, che sto scrivendo… Cancella tutto.
Io (02:21):
Non cancello niente.
Alessandra (02:22):
Sei pericoloso. Buonanotte.
Il giorno dopo.
Alessandra (18:40):
Mi ha appena preso, abbiamo fatto sesso e io ho pensato a te. Mi sento una scema.
Io (18:42):
Vuoi che venga da te quando riparte?
Alessandra (18:45):
No.
La mattina della partenza del marito
Io (07:23):
Quando parte tuo marito?
Alessandra (08:10):
Parte tra mezz’ora.
Io (08:11):
Vengo da te
Alessandra (08:12):
Non venire. Stavolta dico sul serio. Dobbiamo smettere.
Aspettai qualche ora, poi andai da lei. Bussai deciso.
Alessandra aprì la porta e il suo viso si irrigidì.
«Marco, vattene subito» disse con voce bassa ma ferma, cercando di chiudere la porta.
Infilai il piede nello spiraglio e spinsi, entrando comunque.
«Dobbiamo parlare» dissi chiudendo la porta dietro di me.
Lei indietreggiò nel corridoio, gli occhi spalancati.
«No! Esci da casa mia!» esclamò alzando la voce. «È stato un errore terribile. Non voglio più vederti. Mio marito è appena partito e tu vieni qui? Sei impazzito?»
Provai ad avvicinarmi. Alessandra mi spinse con forza contro il petto.
«Ti ho detto di no!» gridò.
Continuai ad avanzare. Lei mi spinse di nuovo, più forte. Poi, con un movimento rapido, mi diede uno schiaffo forte sulla guancia.
Il colpo risuonò secco. Rimasi un secondo sorpreso, la guancia che bruciava.
«Vattene!» urlò con gli occhi pieni di lacrime. «Non toccarmi! Non voglio tradirlo di nuovo!»
La guardai mentre le lacrime iniziarono a scendere copiose sul suo viso. Scoppiò a piangere disperatamente, coprendosi la bocca con una mano, il corpo che tremava.
«Mi sento una puttana…» singhiozzò. «Una moglie di merda.»
Quella confessione cambiò tutto. Mi avvicinai di nuovo. Questa volta non mi respinse con la stessa energia di prima. La presi per le braccia e provai a baciarla. Lei resistette ancora qualche secondo, poi cedette. Rispose al bacio con una passione disperata, quasi rabbiosa, mordendomi il labbro.
La spinsi contro il muro del corridoio. Le sfilai la felpa con violenza, strappandole quasi i pantaloncini di dosso. Lei ansimava forte, ancora con le lacrime agli occhi.
«Lasciami! Ti prego… no!»
La portai in camera da letto e la gettai sul materasso. La spogliai del tutto.
«Lasciami! Ti prego, Marco, non così!» gridò, la voce spezzata dal pianto.
La bloccai con tutto il mio peso, afferrandole i polsi sopra la testa e aprendo le sue gambe affusolate con le ginocchia. Lei si agitò ancora per qualche secondo, singhiozzando, poi improvvisamente si arrese. Il suo corpo rimase rigido sotto di me, tremando.
«tranquilla, siamo qui io e te, soli, abbiamo tutto il tempo…»
Iniziai a baciarle lentamente un piede, assaporando la pelle morbida della pianta, succhiandole le dita una ad una con calma deliberata. Lei rabbrividì. Passai all’altro piede, leccando l’arco, mordicchiando leggermente il tallone, succhiandole le dita una ad una. Sentivo che si stava rilassando.
Risalii con la bocca lungo le caviglie, i polpacci tesi, l’interno delle cosce.
Quando arrivai al pube, lo baciai con devozione, affondando la lingua tra le sue grandi labbra, succhiandole il clitoride senza delicatezza, infilando due dita dentro di lei mentre continuavo a baciarle e morderle le grandi labbra. Alessandra inarcò la schiena, gemendo in modo sofferto.
«Perché… perché mi fai sentire così…» sussurrò tra i singhiozzi e il piacere.
Mentre la divoravo con la bocca, risalii con le mani sul suo corpo magro. Le strinsi i seni piccoli e sodi con forza, strizzandoli tra le dita, pizzicandole i capezzoli duri fino a farla sussultare. Li strizzavo ritmicamente, quasi con crudeltà, mentre la mia lingua continuava a lavorare senza sosta sulla sua figa bagnata.
Alessandra gemeva forte, una mano tra i miei capelli, tirandoli.
«Cazzo… ti odio… ti odio…» ripeteva tra i gemiti.
La misi supina le aprii le gambe con decisione e la penetrai con un colpo profondo. Lei urlò.
«Ahh! Sei uno stronzo!»
Alessandra alzò le sue lunghe gambe e le avvolse intorno alla mia vita, ma questa volta stringeva con forza quasi rabbiosa, tirandomi dentro di sé.
La scopai con intensità, spinte forti e profonde che facevano sbattere il letto contro il muro. Le diedi due sculacciate forti sulle cosce mentre la martellavo.
«Ah! Bastardo…» gemette, ma spinse il bacino contro di me.
La girai a quattro zampe. Le diedi diverse sculacciate sul sedere rotondo e sodo, lasciando segni rossi. Poi la penetrai nella figa con forza, tirandole i capelli.
«Dimmi che ti piace» ringhiai.
«Mi piace… mi piace da morire» confessò tra i singhiozzi e i gemiti. «Scopami più forte… sei un porco.»
La presi con violenza controllata, schiaffeggiandole il culo a ogni affondo. Poi rallentai e appoggiai il cazzo contro il suo ano.
«Vuoi anche qui?» chiesi.
«Sì… prendimi nel culo, sei uno stronzo» ansimò, ormai completamente succube.
La sodomizzai con decisione, entrando nel suo culo stretto con spinte sempre più forti. Le tenevo i capelli tirati e continuavo a sculacciarla.
«Cazzo… sì… così, sei un porco!» gridava lei.
Quando sentii l’orgasmo arrivare, accelerai.
«Cazzo… mi piace troppo» confessò tra i gemiti. «Riempimi, Marco…»
«Sto per venire dentro di te» ringhiai.
«Riempimi… vienimi nel culo!» implorò.
Esplosi con fiotti potenti e profondi dentro il suo ano, continuando a spingere mentre lei tremava in un orgasmo intenso, contraendosi intorno a me.
Crollammo sul letto. Alessandra aveva il respiro spezzato, il sedere rosso per le sculacciate, il viso ancora bagnato di lacrime.
Rimase in silenzio per un lungo minuto, poi mormorò con voce rauca:
«Sei uno stronzo… ma non riesco a fermarmi.»
Dopo qualche minuto si alzò, raccolse i suoi vestiti e andò verso il bagno.
«Devi andare, ora!» disse quasi senza guardarmi.
Chiuse la porta del bagno. Rimasi seduto sul bordo del letto, ascoltando l’acqua della doccia che iniziava a scorrere, chiedendomi se questa volta l’avessi davvero persa o se il senso di colpa stesse solo diventando parte del gioco.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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